La Befana, la fertile notte

Oggi analizziamo l’ultima della serie delle figure portatrici di doni della stagione invernale: la Befana, la stramba vecchina che solca i cieli a cavallo della sua scopa.
Giudica i buoni e i cattivi, premia i primi e punisce i secondi, la sua storia è antica quanto l’uomo ma ci soffermeremo sull’aspetto che ognuno di noi conosce meglio, perché tutti siamo stati bambini e l’abbiamo aspettata, timorosi e speranzosi di essere i destinatari di tanti dolcetti.
La sana paura dell’extraumano è propria dell’uomo che ama e teme, rispetta ed esorcizza, tali figure che caratterizzano i limiti temporali stagionali, quando tutto può succedere, anche morire.
La tradizione cristiana ha variamente assorbito la cara Befana associando la sua storia a quella dei Magi che portavano i doni al neonato Gesù, sia in quanto portatori di beni, sia perché una delle leggende vuole che questi saggi orientali abbiano incontrato la nonnina lungo il cammino e ci abbiano in vario modo interagito coinvolgendola nella vicenda (storia diffusa a partire dal XII secolo).
Una storia che parla di pentimento e redenzione come abitudine cristiana, mortificante delle figure tradizionali altre. La vecchiarella avrebbe rifiutato aiuto ai Magi che chiedevano la strada e lei, pentita, li avrebbe poi seguiti fino alla grotta della nascita, portando con sé i doni per il bambino ma non ritrovando i saggi viaggiatori, li distribuì lungo la strada agli altri fanciulli (un’altra versione dice che i Magi l’avessero invitata ad andare con loro ma che lei avesse rifiutato).
La vecchia (perdonatemi, al mio paese sulle montagne “vecchio” significa saggio e se le persone anziane non vengono chiamate “vecchie”, quasi si offendono) si lega facilmente ai nostri culti agrari dei quali l’Europa è ricca e da noi in Italia è particolarmente amata.
Si colloca ai primi giorni di Gennaio, quando l’anno inizia e ci si aspetta, speranzosi, il meglio. Il terreno è gelato ma i semi sono stati messi e aspettano pazientemente l’arrivo della nuova buona stagione.
Il vecchio anno è terminato e il suo feticcio è stato bruciato sulla pubblica piazza, c’è ora bisogno di un simbolo che assicuri abbondanza e non c’è niente di meglio di una “promessa” tra l’uomo e il tempo. Il vecchio anno deve promettere all’uomo, al contadino, che sarà propizio e che il raccolto sarà abbondante. I doni sono un’anticipazione di quello che sarà, il carbone sono i resti di ciò che è stato e il loro scopo è propiziatorio (come abbiamo visto negli articoli che parlavano di falò di vario genere).
La dodicesima notte dopo il Natale (abbiamo fonti riguardanti l’Epifania cristiana a partire dal IV secolo con il teologo Epifanio di Salamina, mentre “Befana” è un termine cinquecentesco), la vecchia vola sulle nostre teste per risvegliare la terra che dovrà essere una buona madre fertile, con il suo manico di scopa, simbolo procreativo per eccellenza (leggete l’articolo “La scopa delle streghe” sul nostro blog).
Dodici è un ciclo completo, con il suo compimento si torna al punto di partenza e nella tradizione contadina è un numero tenuto in gran conto, specie negli aspetti divinatori (per esempio è uso annotare il tempo atmosferico per i primi 12 giorni dell’anno per predire quello dei successivi 12 mesi).
Non mi addentrerò troppo nel tema per permettervi di gustare la vostra calza della Befana in santa pace, stimolando autonomamente la vostra curiosità a saperne di più, invitandovi a continuare a seguirci per leggere altri nostri articoli.

                                                                                                                                                                Arianna Santini

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