La ierodulia etrusca

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La ierodulia, cioè la prostituzione sacra, è un aspetto importante condiviso da moltissime delle civiltà antiche, sia in Oriente che in Occidente. Richiama il ricordo di atavici riti legati alla dea madre ed alle sue funzioni legate alla procreazione, quindi alla prosperità ed alla ciclicità. In questo sistema simbolico l’atto sessuale diventa quello in cui gli esseri viventi si incontrano per dar vita a qualcosa di altro, che permetterà loro di far continuare la propria specie. Tale concetto è fondamentale nell’antichità e quindi è sacralizzato, sia in positivo, con riti e festeggiamenti, sia in senso negativo, ad esempio con il celibato che caratterizzava alcune caste sacerdotali, come le Vestali. Nonostante l’accezione negativa della sessualità sia un’eredità del Cristianesimo, in realtà anche i popoli antichi vedevano qualcosa di particolare in questo ambito, che quindi andava in qualche modo tenuto nascosto tra le pareti di casa propria. Esiste tuttavia un mondo parallelo, dove la sessualità è invece esposta senza vergogna, ma si tratta di situazioni altre rispetto al mondo “civile”, quello del “kalos kai agathos”; etere, bordelli, amanti, “scappatelle”sono personaggi e situazioni celebri nella commedia, genere letterario considerato “basso”, nel mondo al contrario del “Satyricon” di Petronio o, descritti con tono severo e giudicante, nella satira.
La ierodulia trascende però da tutto questo, perché è la sacralizzazione dell’atto sessuale. La casta sacerdotale che provvedeva all’adempimento dei riti era formata da donne legate ad un santuario, in cui spesso risiedevano e a cui offrivano i proventi delle proprie attività. Anche per questo i luoghi sacri in cui veniva svolta la ierodulia, godevano di un erario molto abbondante.
Ad oggi le notizie più importanti che abbiamo su questo tema per quanto riguarda l’Etruria, vengono dal santuario di Pyrgi. Qui, oltre ai due templi, è stato rinvenuto un edificio molto singolare detto “Manica lunga” o “20 celle” interpretato da Giovanni Colonna proprio come sede delle “scorta pyrgensia” (meretrici sacre) di cui parla il poeta latino Lucilio. Si tratta di una struttura rettangolare parallela al Tempio B di Uni-Astarte, con la fronte aperta verso lo stesso tempio. È formato da venti celle che hanno davanti un piccolo altare. Sul colmo aveva delle antefisse fittili che rappresentavano divinità e personificazioni delle fasi del giorno. Erano probabilmente poste in ordine da Est ad Ovest, a ricalcare, appunto, il ciclo solare.
La vicinanza con il tempio è interessante perché la ierodulia era legata a divinità femminili con caratteri relativi alla fecondità. Astarte in particolare era la “regina” degli dei fenici, con qualità simili a quelle delle Grandi Madri delle religioni più antiche. Nel santuario di Pyrgi, Astarte viene identificata con Uni, anche questa “regina” del pantheon etrusco, di solito identificata con Hera/Giunone.
Oltre a queste divinità la ierodulia poteva essere associata, ovviamente, ad Afrodite/Venere. Un esempio molto famoso è il santuario di Erice, in Sicilia, il Tempio di Venere Erycina, che andò a sostituire quello più antico di Astarte, qui adorata dal popolo italico degli Elimi.
La dea fenicia appare quindi come un punto fermo nella ierodulia etrusca, questo perché la pratica, nata in Oriente, fu esportata poi in Occidente soprattutto grazie al popolo fenicio, vera e propria cerniera tra Est e Ovest. Uno dei motivi questo, per cui troviamo la prostituzione sacra soprattutto nei santuari delle città portuali insieme al fatto che queste erano frequentate soprattutto da marinai che, viaggiando per la maggior parte dell’anno, avevano necessità di soddisfare i propri bisogni sessuali e divenivano così una fruttuosa clientela.
Per quanto riguarda l’identità di queste sacerdotesse, pare che facessero parte della congrega sia schiave che libere, quindi si suppone esistesse una gerarchia interna. Oltre a compiere il rito amoroso, si dedicavano ad attività come la custodia della dea, alla manutenzione degli strumenti sacri, la soprintendenza sui sacrifici …
Ad oggi questa pratica sarebbe impensabile; come detto all’inizio, il Cristianesimo ha filtrato il concetto di “unione con la divinità” secondo la propria morale. L’atto sessuale, assolutamente vietato per gli uomini e le donne di chiesa, è stato tradotto in “matrimonio” con Dio. Si tratta in tutti e due i casi di un rapporto molto speciale, che mette in comunicazione il mondo umano e quello ultraterreno, per cui i religiosi si votano completamente al proprio dio, divenendo mediatori, con modalità completamente opposte.

Benedetta Cosimi

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