La peste: storie e curiosità

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Anticamente il termine “peste” era utilizzato per indicare genericamente una “sventura”, una “rovina”. Oggi, nell’ immaginario collettivo, indica qualunque malattia epidemica, ma la peste propriamente detta è un’infezione causata dal batterio Yersinia pestis, isolato per la prima volta durante l’epidemia di Hong Kong del 1894 dai microbiologi Alexandre Yersin e Shibasaburo Kitasato.

Il primo grande esempio di pestilenza è quella che colpì Atene nel 430 a.C., raccontata da Tucidide, che fu probabilmente un’epidemia di vaiolo. L’autore ne parla nella sua opera “La Guerra del Peloponneso”, evento che rappresenta una forte cesura nella storia ellenica, poiché significò per Atene la perdita della sua secolare egemonia. “La peste di Atene” (II, 47 -53) è proprio il brano più famoso dell’opera ed il morbo viene descritto con cura e precisione, tipica dello storiografo. Ad essa vengono associate comunque implicazioni politiche e sociali. La “peste”, infatti, non risparmiò ovviamente nessuno, nemmeno il valoroso Pericle; la popolazione si trovò quindi a vivere una situazione tragica, di completa incertezza, che la portò persino a dubitare degli dei. Lo stesso tema è ripreso molti anni più tardi dal filosofo latino Lucrezio nel suo capolavoro, “De rerum naturae”. Andando apparentemente contro al principio epicureo di “atarassia”, Lucrezio descrive questa epidemia come lo specchio (e in qualche modo la conseguenza) della decadenza degli umani costumi. Usa tinte fosche, macabre, un linguaggio allucinato, molto suggestivo, diametralmente opposto al lucido esame del suo predecessore greco.

È più probabile il coinvolgimento dello Y. Pestis nella cosiddetta “Peste di Giustiniano” che scoppiò nel 541 d.C. a Costantinopoli, la prima pandemia di peste documentata. Fu raccontata con dovizia di particolari dallo storico Procopio di Cesarea e sembra che sia stata responsabile della morte di circa il 40% della popolazione della capitale bizantina per poi propagarsi ad ondate, per tutta l’area mediterranea fino al 750 circa, causando dai 50 ai 100 milioni di vittime, arrivando pertanto ad essere considerata la prima pandemia della storia. Anche il mondo musulmano non fu risparmiato; a partire dall’Egira si conoscono almeno cinque pestilenze: la “peste di Shirawayh” (627-628), la “peste di ‘Amwas” (638-639), la “peste violenta” (688-689), la “peste delle vergini” (706) e la peste dei notabili (716-717). Altre pestilenze nella storia furono: la Grande peste di Londra, epidemia che ebbe luogo in Inghilterra tra il 1665 e il 1666, la Peste del 1630, detta anche peste manzoniana, che ebbe luogo nelle maggiori città d’Europa, tra cui Milano, la Peste del 1656, che ebbe luogo in Italia e la Peste di San Carlo che colpì Milano tra il 1576 e il 1577. L’episodio del 1630 è divenuto famosissimo grazie al Manzoni che lo riporta ai capitoli 31 e 32 de I Promessi Sposi. In accordo con l’impianto dell’opera, anche la peste diventa mezzo della Provvidenza: sconfigge i malvagi e li fa pentire per la loro condotta e premia i giusti, come Renzo. La giustizia divina si compie e tutto trova nuovamente il suo posto. Tutto ciò è narrato con vivida tragicità e viene denunciata l’indifferenza dei potenti, contrapposta al coraggio e alla pietas dei frati cappuccini che, invece, si adoperano per portare aiuto e conforto nel lazzaretto.

La pandemia più celebre e devastate della storia fu quella che dilagò intorno alla metà del XIV secolo, nota come “peste nera”. Il contagio cominciò nel 1333 in Asia, probabilmente nel nord della Cina e, attraverso l’impero mongolo, si diffuse verso l’India. Colpì anche la Crimea e altre zone intorno al Mar Nero, la Mesopotamia, l’Arabia e l’Egitto. Nel 1347 arrivò in Italia penetrando attraverso la Sicilia e le repubbliche marinare; si diffuse poi in Olanda, in Inghilterra, in Germania, in Polonia ed in Russia per estinguersi nel 1353 circa. Particolarmente violenta fu l’epidemia a Firenze, di cui Giovanni Boccaccio fu testimone. L’epidemia diventa la “cornice” della sua opera più famosa, il Decameron, che si apre appunto con il racconto della “brigata”: sette fanciulle e tre giovani fiorentini, tutti di buona famiglia, decidono di fuggire in campagna per scampare alla peste. Qui si danno regole precise per portare avanti la loro arcadica convivenza forzata. Tra canti e balli, decidono di narrare ciascuno una novella al giorno, tranne il venerdì ed il sabato, ispirandosi al tema dettato dal re o dalla regina eletti quotidianamente. Ne nasce un vero e proprio capolavoro della novellistica italiana, composto da cento novelle che spaziano dall’amore cortese all’inganno. La tecnica della “cornice” è un espediente letterario nato in India e giunto in Occidente tramite il Vicino Oriente.

Complessivamente la nostra penisola perse la metà della sua popolazione totale. Nel resto dell’Europa, in soli tre anni (dal 1347 al 1350) uccise almeno un terzo della popolazione del continente. Al termine della grande pandemia della peste nera per l’Europa iniziò un periodo di continuo ripresentarsi della malattia con le conseguenti numerose vittime, seppur in misura minore rispetto alla prima ondata.

Questo periodo, ovviamente, fu vissuto in un clima di terrore; non solo la peste, ma carestie e calamità naturali sembravano annunciare la fine del mondo. Molti legarono questa situazione alla decadenza morale e nacquero quindi movimenti, soprattutto religiosi, che intendevano purificare l’umanità. Tra quelli più particolari sono sicuramente le confraternite dei Flagellanti, tra le più antiche di ambito cristiano. Nacquero in Umbria dove ebbero un famoso modello, Iacopone da Todi. Per questi la purificazione poteva venire solamente dalla mortificazione fisica e infatti organizzavano macabre processioni dove si infliggevano dolore, di solito tramite flagellazione. Tali manifestazioni erano così cruente che ben presto la chiesa ufficiale si trovò costretta a vietarle, ma con poco successo. Alcune confraternite di Flagellanti esistono ancora oggi, ma limitano queste pratiche violente ad occasioni speciali, di solito durante la Via Crucis del Venerdì Santo.

Di tutto altro genere è invece l’arte che fiorì in questo periodo, conosciuta come arte macabra. Lo scheletro dal ‘300 diventa un vero e proprio protagonista nelle raffigurazioni. Già utilizzato in realtà in epoca romana come invito a vivere prima di finire come lo scheletro, diventa nel Medioevo un memento mori in senso cristiano. Ora viene utilizzato come un oggetto di superstizione, quasi che rappresentare e avere la morte sempre davanti agli occhi, potesse allontanarla. Molto particolari alcune chiese coeve in cui non solo lo scheletro è rappresentato su mosaici e affreschi, ma addirittura alcuni arredi sono formati da ossa e teschi.

Nel Medioevo con il termine peste (dal latino pestis, “distruzione, grande malattia”) si indicavano molte malattie caratterizzate da alta mortalità ed epidemicità come il colera, il morbillo o il vaiolo. Per quanto riguarda la pandemia del XIV secolo, l’espressione “peste nera” nacque dall’osservazione che nel Trecento si poté fare dei sintomi, ovvero, fra gli altri, la comparsa di macchie scure e livide di origine emorragica che si manifestavano sulla cute e sulle mucose dei malati.

Responsabile della peste nera è lo Yersinia pestis, un coccobacillo Gram-negativo del genere Yersinia appartenente alla famiglia degli Enterobacteriaceae, composta da 11 specie, di cui 3 patogene per gli umani (oltre allo Y. pestis, lo Y. pseudotuberculosis e lo Y. enterocolitica responsabili solamente di infezioni che causano lieve diarrea). Gli ospiti principali di questo batterio sono i roditori, mentre il vettore con cui si trasmette agli uomini sono soprattutto le pulci. La peste si manifesta principalmente nella forma di tre diversi quadri clinici: la peste bubbonica, la peste polmonare e la peste setticemica. La peste nera fu caratterizzata dalla forma polmonare come complicanza della peste bubbonica. 

La peste bubbonica è una infezione batterica che si sviluppa e si concentra prevalentemente nel sistema linfatico. Insorge violentemente dopo un periodo di incubazione da 2 a 12 giorni. Si presenta con febbre alta, cefalea, grave debolezza, disturbi del sonno, nausea, fotosensibilità, dolore alle estremità, vomito e delirio. Si può formare una pustola o necrosi che interessa la superficie cutanea nell’area della puntura dalla pulce infetta. È possibile talvolta la formazione di petecchie, diffuse su una porzione vasta di superficie corporea, generalmente in modo asimmetrico o irregolare. L’aspetto clinico più caratteristico della malattia è l’ingrossamento di uno o più linfonodi che si infiammano formando i bubboni, cioè rigonfiamenti edematosi il cui interno evolve formando un accumulo emorragico e necrotico. Ciò è la conseguenza del fatto che il batterio Y. pestis continua a sopravvivere anche dopo essere stato fagocitato dai leucociti e si accumula all’interno del linfonodo, riproducendosi e producendo tossine beta-bloccanti e in grado di bloccare alcune risposte immunitarie.

La forma polmonare è decisamente più grave e caratterizzata dalla localizzazione nell’apparato respiratorio, in quanto un focolaio di infezione si sviluppa nei polmoni. Se non viene curata in tempo, porta quasi sicuramente alla morte per edema polmonare acuto. La peste polmonare è trasmissibile anche senza l’azione di pulci, per via aerea, attraverso, cioè, tosse e starnuti di persone infette, contenenti materiale infetto in aerosol che potrebbe contagiare un prossimo ospite.

Durate la peste nera le difese adottate dai vari comuni contro le pestilenze furono inizialmente dettate dal bisogno immediato, poi vennero codificate in leggi da applicarsi nei casi di necessità: i malati di peste venivano espulsi dalle città; venne impedita l’usanza di accompagnare i funerali e tutto ciò che comportava un eccessivo agglomerato di gente; venne fatto obbligo di seppellire i cadaveri fuori dalla città anziché nelle chiese come era consuetudine; vennero stabiliti cordoni sanitari tra le città colpite dalla pestilenza e quelle limitrofe che ancora ne erano immuni; le persone che avevano assistito i malati dovevano stare lontano dalla città per almeno dieci giorni senza avere rapporti con nessuno; le case e le suppellettili degli appestati dovevano essere distrutte; i sacerdoti avevano l’obbligo di denunciare tutti i malati di cui avevano conoscenza; si obbligarono le navi che provenivano da regioni sospette a trascorrere un periodo di 40 giorni fuori dai porti prima di permettere loro l’attracco. In questo contesto ebbero molta importanza le confraternite religiose, in particolare quelle “della morte”, che inizialmente (1400 circa) praticavano l’auto-penitenza proprio dando sepoltura agli indigenti, pratica che divenne poi motivo di onore e di guadagno. Nonostante l’avversione della chiesa ufficiale verso le confraternite, i papi supportarono il seppellimento e il funerale dei poveri, per evitare proprio che nascessero o si diffondessero epidemie, poiché altrimenti i defunti sarebbero rimasti insepolti anche per le vie delle città.

Queste politiche di prevenzione non furono sufficienti a bloccare la peste e soprattutto a fermare il ciclico ritorno delle pestilenze, così in breve tempo vennero create delle cittadine dedicate all’isolamento dei malati costruite con fondi pubblici e donazioni private. Intorno al 1400 nascono quindi i lazzaretti o lebbrosari.

Il primo nacque a Venezia, sull’isola di S. Maria di Nazareth, dove i frati avevano edificato un monastero. Da questo nasce il termine lazzaretto che, con tutta probabilità viene da una scorretta pronuncia di “Nazaretum”. Un’altra proposta sull’etimologia è “Lazzaro”, personaggio biblico miracolato da Gesù nei Vengeli. Il lazzaretto era un luogo in cui la patogenicità era talmente alta che chi entrava restava massimo una settimana dopo di che moriva o riusciva a guarire. Dopo Venezia altre città iniziano a costruire lazzaretti seguendo regole precise: essere isolato, ma vicino ad una fonte d’acqua, perché i vestiti venivano bruciati e la vicinanza con l’acqua permetteva un controllo del fuoco; inoltre si evita l’esposizione ai venti orientali, considerati nocivi e putridi. Si preferiva che l’acqua dividesse la città dal lazzaretto, come nel caso di Venezia o di Roma, sull’isola Tiberina. 

Molto spesso presso queste strutture sorgevano chiesette dedicate a San Rocco, santo taumaturgo e pellegrino, come si evince dalla sua iconografia. Nelle varie rappresentazioni scopre sempre una gamba per rendere visibile la piaga da peste. Rocco contrasse la peste a metà del ‘300 presso Piacenza, durante il suo pellegrinaggio in Italia. Scampato miracolosamente, si adoperò moltissimo nella cura dei malati, secondo i dettami del francescanesimo, movimento a cui il santo era molto vicino. Per questo divenne patrono di ammalati e appestati e in seguito, per analogia, anche di tutti gli emarginati, ma anche di operatori sanitari, farmacisti, chirurghi e volontari. Fin dal Medioevo venne invocato per chiedere intercessione contro malattie considerate contagiose ed epidemiche, ma anche semplicemente contro quelle particolarmente gravi; pian piano dalla malattia ci si allargò a tutte le calamità naturali.

Le strutture e le organizzazioni diventano così efficienti che furono estese alle attività commerciali: quelle più efficienti erano quelle portuali, che consentivano di svolgere la quarantena portuale. La cittadina presentava un edificio per il personale superiore (ufficiali, medici e sacerdoti), un secondo per il deposito di merci non sospette, un terzo dedicato al trattamento ed all’identificazione di malati e merci considerate sospette e un ultimo edificio, costruito molto più lontano, che era per gli ammalati che dovevano essere isolati. 

La medicina medievale, tuttavia, utilizza ancora metodi e cure che eredita dalla medicina tradizionale e mistica. Ad esempio si accendevano grandi fuochi, dove venivano buttate unguenti, resine, erbe per depurare l’aria. Si agiva inoltre con i contrari: se il malato puzza, curo la malattia con sostanze odorose inserite nelle narici in grado di purificare l’aria inspirata. Allo stesso tempo molti autori dell’epoca iniziano a realizzare opere in cui descrivevano regole da seguire per la prevenzione della diffusione, trattamento degli appestati e consigli sui farmaci ed erbe da utilizzare.

Le pestilenze hanno caratterizzato gran parte della medicina nel Medioevo; furono eventi così catastrofici da ispirare, come si è visto, arte, letteratura, ma anche movimenti religiosi, quindi con un grande impatto su tutta la società. Ancora oggi malattie contagiose e gravi spaventano e possono avere un grande effetto sulla popolazione; fortunatamente la gestione della sanità pubblica ha raggiunto livelli tali da confinare l’epidemia e minimizzare i rischi per la popolazione.

Matteo Piselli, Benedetta Cosimi

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