Febbraio febbraietto..

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“Febbraio febbraietto corto e maledetto” recita un proverbio de le mi parti, perché nella zona della Teverina, fra Lazio e Umbria, questo era il periodo più freddo dell’anno. Non ricordo la nevicata del cinquantasei, ma mi raccontano che nevicò il giorno della Candelora e poi tutte le notti per un numero infinito di giorni “… che a marzo ancora c’era la neve ammuntinata ne le cantone”. Gelò e la temperatura scese sotto i meno sette gradi e “… se bruciorno tutte l’ulive”. È questa una zona dove l’olivo è coltivato fin dall’antichità e rappresenta da sempre una fonte di sostentamento economico; viene coltivato con religiosa devozione, sostenuto e coccolato come un figlio e la perdita di una pianta è vissuta con dolore, come un lutto da elaborare.

L’unica cosa che rende febbraio accettabile è il Carnevale.

Il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio Abate “entra carnevale” e da le mi parti si portano sul sagrato della chiesa gli animali per farli benedire e la notte della vigilia si accendono i focaroni, grandi falò che emanano la luce in grado di cacciare l’inverno e gli spiriti maligni. Il più famoso della zona è quello di Bagnaia, presso Viterbo. È una festa che si lega ai riti pagani di purificazione, infatti l’elemento centrale è il fuoco. Come nell’antica Roma, il focarone viene accompagnato da “moderni banchetti”, laute bevute e canti e balli fino a notte fonda.

 Il termine Carnevale quasi certamente deriva da carnem levare (“eliminare la carne”), poiché indicava il banchetto che si teneva l’ultimo giorno di Carnevale (Martedì grasso), subito prima del periodo di astinenza e digiuno della Quaresima, che nel rito romano inizia con il mercoledì delle ceneri.

In ogni paese in qualche modo si festeggia Carnevale, a volte con semplici mascherate di bambini, a volte con sfilate di carri e corsi mascherati. Mi racconta mio padre che nel mio minuscolo paese il martedi grasso c’era l’usanza di portare in piazza un fantoccio che veniva bruciato, e Scianduja, un uomo mascherato piangeva il carnevale con una litania che purtroppo non ricorda.

Nella cultura contadina ogni festa era occasione per “…levasse le grinze da la panza”, cioè per fare una bella mangiata. Tipici i dolci fritti: cicerchiata, frappe, castagnole o la più povera sfoja fritta. Il piatto tipico di questo periodo è la gallina in umido, tanto importante da essere inserita nel contratto che si faceva quando si prendeva il podere. Oltre a definire che i raccolti erano a mezzo col padrone, il contratto prevedeva una serie di obblighi, tra cui “… il colono deve dare capponi e gallustri a Natale, l’agnello e le uova a Pasqua almeno un cesto di ogni frutto ed ortaggio prodotto, un maiale in inverno e una gallina a Carnevale …”.

Da le mi parti anche l’inizio della Quaresima è comunque una festa; a Gradoli, paese del Lago di Bolsena, da fine ‘500 si perpetua la tradizione del Pranzo del Purgatorio, nel giorno del Mercoledì delle Ceneri. I confratelli della Fratellanza del Purgatorio raccoglievano fondi per le messe in suffragio per le anime del Purgatorio, organizzando un pranzo “di magro”, cioè a base di pesce di lago e baccalà. Aprono il pasto i fagioli del Purgatorio, un particolare tipo di legume locale. La manifestazione attira tanta gente da tutto il circondario: lo scorso anno si è arrivati a 2000 persone! Tradizione vuole che ogni commensale porti da casa stoviglie e vino da offrire a chi siede vicino, in uno spirito di fratellanza e condivisione. 

La bambina degli anni ’50

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