I pegni d’amore: la grande storia degli anelli

Lo scorso anno vi ho parlato specificatamente di San Valentino e dell’origine dei Baci Perugina, un simbolo un po’ profano ma estremamente gustoso e azzeccato, che usano scambiarsi gli innamorati; vi invito quindi a cercare l’articolo sul nostro blog: “San Valentino, Baci e Cazzotti”, così scoprirete anche perché nel titolo ho fatto questo strano accostamento!
In questi 30 anni di visite ai musei, i pegni d’amore mi hanno sempre colpita in quanto simboli fisici di un sentimento astratto, tangibile solo attraverso gesti ed oggetti.
Cominciamo con i nostri amati romani e il loro concetto di Fides, alla base di ogni promessa (ce ne parla specificatamente Cicerone che la definisce “fondamento di giustizia”), garante dei patti e quindi personificabile in una divinità.
La fides è l’obbligo, sia legale che morale, di non venire meno ai patti stabiliti e Numa Pompilio dedicò a lei, un po’ anche come monito del far bene le cose, un tempio accanto a quello di Giove Optimus Maximus, quindi era estremamente importante in un mondo, come quello romano, retto dal rigore del diritto.
La fides è alla base del rapporti tra pari, di amicizia, parentela, ma anche di clientela e quindi di protezione.
Ora sappiamo da cosa deriva il nome fede, quello con il quale oggi chiamiamo l’anello di fidanzamento o nuziale.
In epoca romana la faccenda era leggermente diversa, gli anelli avevano due nomi ma entrambi si portavano all’anulare sinistro, poiché si credeva che lì passasse il vaso sanguigno chiamato vena amoris (l’autore Aulo Gellio, noto estimatore di autopsie, ce ne parla in merito agli usi egizi delle procedure post mortem nel suo Noctes Atticae) , collegata direttamente con il cuore. L’anulus pronubus era l’anello della promessa e il vinculum, quello che si donava durante la cerimonia matrimoniale; in entrambi i casi il fulcro era un contratto chiamato stipulatio, nel quale erano scritti quelli che noi moderni chiameremmo accordi prematrimoniali.
Ma com’erano fatti questi anelli matrimoniali? Visto che si chiamava vinculum, non poteva essere diverso da come lo immaginate: due mani che si stringono in un accordo, così come erano anche talvolta rappresentati i coniugi sui rilievi funebri.

Continuiamo con il ben noto Claddagh, l’anello della tradizione irlandese, sul quale sono rappresentate due mani che reggono un cuore coronato, a rappresentare i legami e la lealtà. La direzione della punta di quest’ultimo e la collocazione sulle diverse dita delle mani, rappresenterebbero lo status di chi lo indossa. Con gli esodi di irlandesi conseguenti alle carestie (specie quella dell’XIX che li vide arrivare fino in America), l’anello seguì i suoi possessori e passò di generazione in generazione, diventando anche uno elemento distintivo etnico.
Passiamo per l’Italia con la famosissima fede sarda, esempio della magnificente arte orafa dell’isola specializzata in filigrana, arte appresa dagli etruschi. D’argento, d’oro, aperta o chiusa, ognuno di noi ne ha senza dubbio posseduta una, “souvenir” di un viaggio in Sardegna.
Il tramandarsi il gioiello, come nel caso del Claddagh, è tipico anche della storia di questa fede che passava di madre in figlia e faceva parte del tesoretto di famiglia.
Anche in questo caso, l’oggetto è stato prima simbolo, la cui origine si perde nel mito. Nel caso del Claddagh, l’oggetto arrivò nelle mani della sposa irlandese prototipica tramite intervento dal cielo, un’aquila lo fece cadere direttamente nelle sue mani; nel caso della fede sarda, furono le fate a forgiarlo.
Le Janas erano fate particolarmente abili nel forgiare gioielli; se vi capita di visitare l’entroterra sardo, vi imbatterete sicuramente nelle Domus de Janas, “le case delle fate”, che altro non sono che tombe di epoca prenuragica (a partire dal IV millennio) appartenenti a quella che chiamiamo Cultura di Ozieri, che per conformazione hanno sempre scosso gli animi e la fantasia di chi era costretto ad abitarci vicino. La loro particolarità è rappresentata dal fatto di essere collegate tra loro da una rete di corridoi nel sottosuolo, formando estese necropoli, niente di meglio per far nascere storie su un mondo “di sotto”.
Ve l’ho accennato nell’articolo del mese scorso sulla leggenda del Regno di Fanes, la regola generale è: se conoscete storie che hanno a che fare con nani o fate che forgiano il metallo, nel mondo reale siamo di fronte o a giacimenti naturali o a necropoli e tombe ricche di corredi in preziosi.
Tornando al gioiello, l’arte della filigrana è stata impiegata per conferire un significato ulteriore al manufatto, infatti le sferette rappresentano chicchi di grano, simbolo di fecondità. Se aprissimo le fedi e le stendessimo, noteremmo infatti che rappresentano la spiga di grano, una delle ricchezze più grandi delle culture mediterranee.
Come nel caso del Claddagh, si passò dal tramandarla da madre in figlia, al suo utilizzo in occasione della promessa di matrimonio e quindi il dovere di regalarlo alla sposa passò al futuro marito.
Andiamo adesso a trovare quelli che abbiamo chiamato “barbari” per secoli, mutuando il termine dal mondo greco. I Visigoti avevano un codice di leggi (VII secolo, in vigore fino al X) e questo conteneva anche le regole degli accordi delle promesse di matrimonio e anche in questo caso l’anello era simbolo del legame, sia più o meno sentimentale, che legale ed economico. Addirittura i Visigoti non ritenevano necessario un accordo scritto, l’anello conteneva tutto ciò che prevedeva la loro legge come una “memoria virtuale”.

In generale dovete immaginare un mondo più difficile del nostro, dove si moriva molto facilmente per tanti motivi diversi e dove la donna passava dall’essere proprietà del padre a quella del marito, rimanendo più o meno indipendente a seconda del contesto sociale nel quale si trovava a vivere. Un accordo matrimoniale era prima di tutto economico e uno di questi contratti poteva fare la differenza per le famiglie che andavano ad unirsi, in quanto stipula fortemente economizzata. La sposa era portatrice di dote, di terre, di bestiame e talvolta di regni e bisognava essere estremamente accurati nel redigere un accordo esatto e che accontentasse entrambe le parti, talvolta a prescindere dal volere della sposa stessa, perché implicava degli importanti cambiamenti sociali.
Più vicini ai nostri tempi, ingegnosi meccanismi d’amore, gli anelli segreti divennero comuni in Europa dal XVII secolo, ne abbiamo esemplari soprattutto in Francia. Normalissimi anelli cesellati, smaltati o impreziositi da pietre, si trasformavano sotto gli occhi di chi li riceveva. I più complessi avevano dei minuscoli pulsanti da premere per far aprire degli sportellini, altri si aprivano tirando, e rivelavano il loro tenero contenuto: dei foglietti con scritte frasi d’amore segrete o versi poetici.

Buon San Valentino a tutti!

Arianna Santini

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