Le ali del mito: i rapaci notturni nell’arte

I rapaci notturni hanno da sempre affascinato l’essere umano colpendo il suo immaginario e portandolo ad idealizzare la natura notturna ed il singolare aspetto di questo animale che potremmo definire liminale, cioè di confine, nel suo caso specifico, tra realtà e mito, tra visibile e invisibile.

La prima cosa che notiamo sono sicuramente gli occhi tondi e luminosi che fendono l’oscurità e ritroviamo questo ed altri elementi caratteristici, nell’etimologia dei termini latini e greci che designano le varie specie, così come nelle immagini mitologiche derivate od associate.
Dal greco viene il termine glaux che ritroviamo nella specifica designazione della civetta, da glaukòs che significa azzurro. Se ne deduce quanto appena detto, cioè che i loro occhi colpirono tantissimo la fantasia umana e uno degli epiteti usati più comunemente per designare la dea Athena era appunto glaucopide, cioè dagli occhi azzurri/lucenti o dagli occhi di civetta. colei che discerne laddove gli altri scorgono solo ombre e tenebre.

Diversa è l’etimologia dei nomi comuni di altri strigiformi.
Gufo, per esempio, è una parola onomatopeica, cioè rimanda al suono del verso dell’animale.
Viene dal germanico antico ûf/hûo/uhu, tutte parole che imitano il suo verso lugubre e lamentoso, da cui il nome scientifico Bubo Bubo o Bufo.

Civetta invece viene dal francese chouette, diminutivo del termine del francese antico choue che indica una specie di gazza cui fa riscontro il fiammingo choucas, che designa una piccola cornacchia, in generale sono tutti nomi che fanno capo all’onomatopea chiu.
Popolarmente il gufo e la civetta rappresentano la chiaroveggenza, vengono associati ai maghi e simboleggiano la comprensione, la luce da dover trovare in mezzo all’oscurità per via del loro sguardo acuto.

Per quanto riguarda l’origine iconografica possiamo volgere lo sguardo ad Oriente, esempio evidentissimo è il pannello votivo mesopotamico di Ishtar nella sua forma di Signora delle Bestie, divinità fondamentale del pantheon del Vicino Oriente Antico, qui rappresentata essa stessa, parzialmente, come uccello.
Velocemente giunta nell’Egeo e da lì filtrata ed esportata in varia forma prima in Magna Grecia e poi a Roma.
Comune alle culture classiche è l’elezione dell’ Athene Noctua a simbolo, compagna e a volte anche forma stessa della dea Athena. Il suo nome scientifico è semplicemente composto da Athena e da Notturna, che ne designano l’appartenenza e le abitudini. La dea viene raffigurata assieme al suo animale sacro e questo viene a sua volta utilizzato come simbolo della stessa, non ce ne accorgiamo ma questo è quotidianamente sotto ai nostri occhi perchè può capitare che nel nostro portamonete ci siano 2€ sui quali il popolo greco ha deciso di riprodurre la moneta greca arcaica del V a.C., la tetradracma, del valore di quattro dracme. Usata in tutto il mondo greco come riflesso della crescente egemonia di Atene, recava sul verso l’Athene Noctua e sul recto la testa della dea.

Finora abbiamo utilizzato più volte la parola strigiforme, ma cosa significa?
Le Strigae nelle leggende dell’Antica Roma erano mitici uccelli di cattivo auspicio che si nutrivano di carne e sangue umano, specialmente dei bambini; a differenza del vampiro non erano ritenuti cadaveri rianimati ma il prodotto di una metamorfosi.
Erano infatti Polifonte ed i suoi figli, dei greci discendenti nientemeno che da Ares, che, in Antonio Liberale, autore greco, vengono puniti per atti di cannibalismo e tramutati in questi uccelli.
Questo essere leggendario conserva i tratti di un uccello notturno, integrati da tratti leggendari e spaventosi come un lunghissimo becco giallo con il quale succhia il sangue, zampe nere munite di artigli e piumaggio intensamente fulvo.
Il latino, mutuato dal greco strix o striga, contribuisce a costruire l’etimologia della parola strega che ha i suoi similari in tutte le lingue romanze che conservano il tema stridere o stringere, riferito tanto al verso, quanto all’atto di carpire violentemente le vittime.
Nel mondo latino degli autori classici abbondano le descrizioni, ma il concetto di strige rimane molto vago, se ne parla generalmente in relazione all’atto dello smembrare prede e nemici e alla dimensione funerea, Plinio il Vecchio ricorda anche che il termine stesso veniva utilizzato come imprecazione!
Di loro parlano Orazio, Seneca, Ovidio, Petronio e tanti altri, questa pluralità delle fonti ci fa capire che si tratta di una figura molto ben radicata nell’immaginario dell’uomo romano, un qualcosa che realmente temevano (tranne Plinio il Vecchio che ne parla sempre con il suo fare distaccato da naturalista e cerca di capire di cosa realmente si tratti).
In ornitologia ritroviamo il termine nel nome scientifico dell’allocco, lo Strix Aluco e in altre specie. La più antica raffigurazione di rapace notturno ad oggi conosciuta, risale a 30000 anni fa ed è stata rinvenuta sulla parete calcarea della Grotta di Chauvet, nel sud della Francia, decorata dall’Uomo di Cro-Magnon nel Paleolitico Superiore e non è un caso che si chiami proprio Grotta di Chauvet.

Ci sono un gran numero di divinità-gufo legate alla morte e alla rinascita, soprattutto nella forma della donna-gufo, riprodotte sulla superficie di contenitori di vario genere legati a funzioni sia funebri, come urne cinerarie dei cimiteri della Cultura Baden in Bulgaria, sia ariballoi, portaunguenti del mondo greco, o anche contenitori per l’acqua.

In Egitto, in Grecia e in India è un animale notturno opposto all’aquila, al corvo e all’avvoltoio che invece sono considerato simboli solari. Aristotele, per esempio, riporta la successione del giorno e della notte proprio narrando la storia del corvo che distrugge il nido della civetta durante la notte e questa distrugge quello del corvo durante il giorno.
Dall’antica Germania fino alla cultura dei nativi americani, il corvo è l’animale solare e la sua inimicizia con la civetta rappresenta la lotta tra gli opposti.
Anche nella tradizione cinese ritroviamo questa contrapposizione nella quale il gufo è la controparte negativa della fenice e veniva considerato un uccello feroce e nefasto. Una leggenda voleva che divorasse la madre appena nato, tanto che i bambini che nascevano nel Giorno del Gufo, cioè nel solstizio d’estate, erano considerati violenti e potenziali assassini.

Per quanto riguarda la storia romana, si tramanda che tanto la morte di Augusto che quella di Cesare e di Agrippa, fossero state preannunciate dal canto di un gufo (nel casi di Agrippa, il rapace gli entrò dalla finestra e “lo fece ammalare” e morì).
Ovidio scrisse “Evita lo sguardo degli uomini e la luce, nasconde la sua vergogna nell’oscurità e da tutti gli altri uccelli è scacciato dal cielo”, sappiamo anche, dai classici, che le maghe invocavano i gufi durante i loro incantesimi, come Medea, o ne utilizzavano parti del corpo.

In araldica il gufo rappresenta la prudenza, la veglia e l’attenzione, ogni capo dei Tartari aveva un gufo nero in campo dorato sullo stemma, in quanto il loro primo imperatore, Gengis Khan, si salvò grazie a questo uccello quando venne sorpreso dai nemici e fu costretto a nascondersi in un bosco. Qui un gufo si posò sull’arbusto sotto il quale si nascondeva il grande condottiero e i suoi superstiziosi inseguitori non si avvicinarono, da allora venne considerato sacro dal suo popolo.

Il gufo è protagonista assoluto anche nella tradizione fiabesca dove viene rappresentato come erudito, pignolo e permaloso, il saggio uccello dai grandi occhi che diffonde la conoscenza in tutta la comunità animale, immortalato in capolavori dell’animazione come La Spada nella Roccia e Bambi dell’azienda Disney.
La Warner Bros risponde con la Edvige, la civetta delle nevi di Harry Potter e con il corvo, simbolo di conoscenza e della Casa degli studenti più brillanti, i Corvonero.
Per la Disney l’antropomorfizzazione è una metamorfosi intermedia, in questi casi vengono mantenute le fattezze animali e l’intelletto viene accresciuto fino al livello umano, ma è al servizio dei maghi; per quanto riguarda la Warner Bros, invece, sono postini ma possono gestire i pagamenti del servizio postale e sacrificarsi per gli umani che amano.
Motivo di diffamazione è stato il loro volo silenzioso, il potere sbalorditivo della morte che arriva all’improvviso, gli occhi spaventosamente grandi e luminosi, gli artigli poderosi ed il loro verso simile ad un lamento funebre.
La superstizione immotivata ha portato gli umani a disturbare questi animali, a cacciarli da soffitte e pagliai, ad avvelenare le loro prede abituali e ad ucciderli, poi ci sono il bracconaggio e la morte per elettrocuzione a completare il quadro.
Non c’è alcun fondamento scientifico dietro la superstizione, si tratta di pure casualità e i rapaci notturni devono essere lasciati vivere in pace nel loro habitat, della cui distruzione siamo i diretti responsabili.

Arianna Santini

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