Enkheduanna. La prima poetessa della storia

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Volgiamo occhi ed orecchie verso il Vicino Oriente Antico che ci restituisce, fin dagli esordi dell’attività d’indagine archeologica, capolavori letterari senza pari.
Esponente eminente della letteratura in lingua sumerica, Enkheduanna era la figlia di Sargon di Akkad, il grande monarca che controllava tutto il territorio precedentemente dominato da Kish, la Bassa Mesopotamia, a partire dal 2340 a.C. e il sud sumerico una volta sconfitto il re Lugalzagesi.
Sargon fondò una nuova capitale, Akkad, da cui prenderà il nome il suo impero, ma finora non è ancora stata trovata; i testi ai quali facciamo riferimento sono copie di iscrizioni paleo-babilonesi che gli scribi del tempio del dio Enlil nella città di Nippur, hanno trascritto avendo di fronte la fonte originale, ossia le statue che i re di Akkad avevano dedicato nel tempio cui la loro scuola scribale era annessa.

Sargon aveva intenzioni politiche ben precise e aveva il desiderio di rafforzare l’unità della parte settentrionale del regno con quella meridionale e, com’era d’uso al tempo, consacrò una delle sue figlie alla vita nel tempio.
Fece una mossa politico-religiosa molto efficace e pose una principessa sumerica come sacerdotessa della dea Ishtar ad Akkad e sua figlia Enkheduanna diventò la sacerdotessa del dio Nanna, una divinità lunare maschile, nel suo tempio ad Ur.

La lingua parlata dalla popolazione era l’accadico, del ceppo semitico, ma nelle scuole ancora si utilizzava il cuneiforme e la lingua sumerica, nonostante ci fosse già stata la resa grafica della lingua accadica nei segni cuneiformi. La lingua era l’accadico ma l’alfabeto era il cuneiforme per i testi liturgici, le iscrizioni e anche per le comunicazioni di carattere diplomatico.

Ricordiamo Enkheduanna come le prima poetessa della storia e quello di suo padre come il primo impero, specifichiamo che inni e composizioni letterarie già esistevano ma un complesso così organicamente ben organizzato, la quantità ed il fatto che fosse una donna, cosa non comune, può di fatto farla considerare tale a tutti gli effetti.
Un piccolo monumento votivo, un disco inciso ritrovato nel 1928 ad Ur, ci dà l’idea di come fosse (idealizzata) la sua figura, caratterizzata dall’essere cinta da una benda e affiancata da dignitari, segni di nobiltà e del suo ruolo sacerdotale. Viene raffigurata in un contesto architettonico ben preciso, compaiono un altare votivo e forse la più antica rappresentazione di una torre templare mesopotamica che conosciamo tutti con il nome di Ziqqurat.
Anche in questo caso i testi ci sono pervenuti in copia e si tratta di cicli di inni dedicati ad Ishtar, Nanna e ai principali templi di Sumer ed Akkad; un fattore di estremo interesse è che vengono menzionati dei miti andati perduti e che sarebbero stati quindi sconosciuti senza la sua opera!

Ninmesharra è la sua più famosa composizione, significa La Signora di tutti i Me. Vale la pena approfondire il concetto mesopotamico di Me, ossia i poteri che sono detenuti dalle divinità ma, essendo un termine derivato da una forma del verbo essere, rappresentano delle essenze, rappresentano tutto ciò che esite nel mondo.
Possono rappresentare qualcosa di astratto, come il Me di un’istituzione o il Me della regalità, ma anche di oggetti di culto, di elementi naturali, degli strumenti musicali, etc.
Era una composizione evidentemente molto popolare perchè finora i è giunta di 50 copie ma non escludiamo futuri incrementi; è stata tradotta dalla ricercatrice tedesca Annette Zgoll.
La sua poesia è ricca di tragicità e fortemente ispirata, tradisce una sensibilità fuori dal comune; il testo riprende un episodio doloroso della sua vita e contiene un’invocazione alla dea Inanna, sovrapponible a La Signora di tutti i Me e si conclude con un ringraziamento.
Come abbiamo detto, Sargon sconfisse Lugalzagesi che aveva conquistato un vasto territorio e si era autoproclamato Signore del Tempio di Nanna, per prendere definitivamente il sud sumerico dove si trovava Ur e dove si trovava anche la principessa.
Lugalzagesi l’aveva esiliata e le aveva tolto tutti i poteri religiosi e politici e lei racconta questa terribile esperienza nella sua poesia “Fui cacciata dal santuario. Come una rondine mi fecero volare dalla finestra e la mia vita si consumò”. Il padre vinse e quindi il componimento, di oltre 100 versi, si conclude con un ringraziamento pieno di gioia per la sua salvezza, la sua libertà e la restaurazione delle sue prerogative.

Arianna Santini

BIGA M. G., CAPOMACCHIA A. M. G., Il politeismo Vicino-Orientale, Istituto Poligrafico Zecca dello Stato, Roma 2008
LIVERANI M., Antico Oriente. Storia, società, economia, Laterza, Taranto 2009

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