POP 2: THE SEQUEL

tempo di lettura: 7 minuti

Secondo il manuale di Cyberpunk 2020, solo l’anno scorso avveniva la rivolta nella colonia orbitale al terzo punto di Lagrange che ha chiuso un decennio iniziato con grandi promesse. Sembra così lontano il 2013, quando è stata sviluppata con successo la prima Intelligenza Artificiale in California…

Seppure il nostro presente non sia altrettanto emozionante, senza macchine voltanti, cloni, e cyborg, possiamo dire che questo nostro 2020 si sia dimostrato già abbastanza Cyberpunk, tra crisi diplomatiche che hanno quasi causato una Terza guerra mondiale e la pandemia che stiamo vivendo attualmente.

C’è sempre in noi quest’aspettativa fantascientifica basata su promesse per il futuro che spesso ci fa perdere la prospettiva su quanto siamo effettivamente avanti nel nostro presente. Proviamo ad immaginarci una musica Pop del futuro, tra 10 anni, quali fantasmagorici nuovi suoni, ritmi e forme potremmo ascoltare, e poi pensiamo al Pop di 10 anni fa, e 10 anni fa ancora, e come, seppure ci sia stato un cambiamento, è ancora tutto così similare. Il pensare al futuro è un qualcosa che ci porta in una dimensione fatta di tutte le aspettative possibili. La musica del futuro sarà quindi la solita noia alla quale siamo abituati? Forse. Non possiamo saperlo con certezza. Ma, se non sarà probabilmente quella del futuro, già da oggi possiamo ascoltare una musica futuristica. Negli ultimi anni, nell’underground ed in piccoli frammenti nel mainstream, possiamo notare un Pop che ha una natura del tutto Cyberpunk, artisti che stanno rimescolando le carte e che hanno portando il genere ad un nuovo livello.

DO DIGITAL MUSICIANS LISTEN TO DIGITAL MUSIC?

Negli ultimi anni è stato possibile vedere uno spostamento in una produzione musicale fatta non più attraverso sintetizzatori e strumenti reali, ma realizzata completamente tramite laptop. Quello che prima era l’arrangiarsi dei musicisti dei vari generi bedroom, musica realizzata “in cameretta”, senza strumentistica e mezzi professionali, oggi è la norma. Questa decorporeizzazione musicale sta creando nuove prospettive, dove il suono non è più vibrazione generata da uno strumento, ma un file, qualcosa che può essere modificato ed alterato a proprio piacimento, qualcosa che non deve esistere nel reale, qualcosa che all’inizio era qualcos’altro ed ora è musica. Come dice Sophie in un’intervista: “suoni che cartoonizzano ed esagerano fenomeni, suoni naturali ed organici e materiali che non esistono. Un esempio potrebbe essere un pianoforte alto come una montagna ed immaginare il suo suono considerando la grandezza delle corde”.

Questa nuove prospettive permettono un momento di fermarsi e ripensare dall’inizio, rielaborare e decostruire certi aspetti della musica tradizionale a cui siamo abituati. Ed è un po’ quello che stanno facendo gli artisti PC Music, etichetta londinese fondata nel 2013 da A. G. Cook di cui fanno parte, o collaborano, artisti come Hannah Diamond, Sophie e Danny L. Harle. L’operazione fatta da questi musicisti è di guardare al genere Pop come alieni che ne leggono la pagina di Wikipedia.

Si riparte da zero.

Dai suoni essenziali del genere, da suoni semplici. Non essendoci più nulla, questo permette ad ogni suono di entrare nel mix ed occupare tutto lo spazio che vuole. Ogni beat, ogni synth sembra enorme e colpisce l’orecchio con tutta la sua forza. Una delle prime hit di questa tendenza, Vrooom Vrooom di Charli XCX, ci può sembrare estremamente vuota: niente decorazioni, rare sovrapposizioni, dove il beat non sono altro che suoni che si danno il turno l’uno dopo l’altro, senza troppi giochi o complicazioni e, proprio per questa semplicità, possiamo apprezzare ogni singolo elemento. 

Ci sono, però, anche suoni nuovi, suoni che non esistono, che non erano possibili, suoni che sembrano fatti di plastica e anche la voce non è più voce, ma è qualcosa di modulabile a proprio piacimento. Si tratta quindi di un Pop che non è più un prodotto realizzato a tavolino, freddo, ma è una sperimentazione che parte da dei punti fissi comuni a tutti in quanto, appunto, popolari e mainstream. 

È un genere che dichiara la propria indipendenza e che è conscio di ciò che è, di tutti i retroscena, di tutto il glamour e di tutta la finzione dello spettacolo, ma è un genere che, comunque, non perde la propria memoria di sé. Molti nuovi artisti, sia PC Music che Hyperpop, rielaborano, esagerano o si riappropriano di vecchi sound ormai dimenticati e li ricontestualizzano. Artisti come Rina Sawayama che riprende Britney Spears degli anni d’oro, non come una blonde bimbo sessualizzata, ma come una donna padrona della propria sessualità e che ha il coraggio di affermare la propria identità.

AUGMENTATIONS: BUILDING THE SELF OF THE FUTURE

Uno degli elementi più fighi e centrali del Cyberpunk sono senza dubbio le augmentation, i potenziamenti, la possibilità di modificare il nostro aspetto, le nostre abilità, la nostra percezione, attraverso protesi cybernetiche. Tutto questo viene prodotto da megacorporazioni che comandano il mondo e noi, sostituendo la nostra umanità, mossi da un delirio capitalista che ci plasma e ci possiede, andiamo a perdere nostra identità. È la domanda al centro di Ghost in the Shell, che cosa significa essere un essere umano, avere un’anima, quand’è che noi perdiamo questa qualità, oppure, quando la otteniamo?

Come abbiamo già visto, oggi c’è sempre meno differenza tra produzione indipendente e mainstream, questo permette ad artisti indipendenti di poter raggiungere vette che prima gli erano negate. L’idea americana della Pop-star, della persona qualunque baciata dal destino, che ha delle qualità in più rispetto agli altri e che, attraverso queste, riesce a scalare la casta sociale diventando quindi un Dio, parte dell’ Olimpo dell’1%, possiamo dire che è crollata da tempo. Già era evidente con i vari industry plant, e lo è ancora di più oggi con la macchina del K-pop. Una Pop-star è tutto quello che vi è dietro produttori, manager, etichette che permettono a questo simbolo di esistere, creando una figura, un idolo che serve a rappresentare quella che è l’idea di bellezza di quel periodo culturale. Nel momento in cui sappiamo che tutto ciò è solo pretesa, una performance, il palco crolla ed il mondo diventa pagano. Chiunque tramite la tecnologia, oggi, è in grado di raggiungere quel livello. Tramite agumentation, anche noi possiamo diventare bellissimi e ricchissimi, possiamo diventare, noi stessi, una divinità fatta del proprio sforzo. 

Ed è qua la parte importante: il fatto che sia possibile arrivare a quei livelli rimanendo indipendenti, dà la possibilità ad ogni singolo artista di utilizzare questo potere, non per soddisfare il male gaze o qual si voglia pubblico, ma per costruire e potenziare sé stesso. Ogni singolo artista è in grado di strutturare la propria figura così come vuole. La musica di Sophie parla appunto d’identità, dell’alterazione fisica e digitale che possiamo applicare alla nostra immagine, ma non come critica negativa. Sophie c’invita ad utilizzare queste nuove risorse non per oscurare quello che siamo, ma per ottenerlo, raggiungendo così una sincerità nell’essere noi stessi che solo così è possibile. Non c’è la volontà di creare un avatar, un qualcos’altro esterno a noi, una finzione, ma di utilizzare la tecnologia per ottenere ciò che si vuole. Non a caso molti di questi artisti appartengono a minoranze e gruppi sociali che non avrebbero voce in un’ambiente mainstream, come le comunità POC e LGBTQ+.

THE END OF THE ERA

Questo è quello che è avvenuto negli ultimi cinque anni, quanto questa visione sarà allettante per il Pop del futuro non possiamo saperlo. Non sempre avviene un mix tra l’indipendente ed il mainstream, ma, in ogni caso, questa è una diramazione  indipendente che ha le proprie caratteristiche ed una forma ben precisa, che già da oggi possiamo ascoltare. Considerando poi la situazione storica in cui ci troviamo, ed il successivo cambiamento culturale che porterà, non possiamo aver idea di qualsiasi futuro prossimo, ma è proprio questo il centro del Cyberpunk, dello sci-fi, della fantascienza: non è una predizione, ma un immaginarsi, un proiettare le piccole intuizioni di oggi in un futuro modellato da esse, vivendole quindi in una forma matura. Una visione in una dimensione ancora non realizzata dove sono possibili tutti i finali possibili, e dove quindi ogni finale ha lo stesso peso, la stessa speranza di esistere.

Giulio Cosimi

Qua in seguito potete ascoltare una playlist Spotify dedicata all’articolo.

https://open.spotify.com/embed/playlist/49YzLAL4wgQtgU8BkkuRvs

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