La Domenica delle Palme, tra cristianesimo e riti agrari. Castel Trione di Amatrice e Castiglione in Teverina, tradizioni comuni del Lazio.

La Domenica delle Palme è la cerimonia del weekend precedente la Pasqua. Cattolici e ortodossi osservano tale ricorrenza con processioni e riti derivati da quanto riportato nei Vangeli degli autori che chiamiamo Marco, Luca e Matteo.
Alcuni dei Vangeli riportano un periodo di tempo più lungo della permanenza di Gesù a Gerusalemme o successivi ritorni per tutto l’anno nel quale sono ambientate le vicende. In generale il buon ebreo doveva recarsi a Gerusalemme in pellegrinaggio e l’autore di Giovanni specifica che le folle che stavano facendo lo stesso pellegrinaggio di Gesù, sapevano che anche lui stava arrivando e lo accolsero (quelli a lui favorevoli almeno, ma prendiamo i Vangeli come il massimo dei testi propagandistici in favore di Gesù, a discapito dei Farisei) e gli corsero incontro agitando fronde di palma e gridando il loro giubilo: Osanna!
Gesù già era un ricercato e i Farisei avevano dato ordine, a chi sapesse, di dire loro dove si nascondesse, ma lui (secondo la cronologia di Giovanni) dopo aver resuscitato Lazzaro, andò a Gerusalemme per la Pasqua:

“Il giorno dopo, la grande folla era giunta per la festa, sentito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese rami di palma e gli andò incontro gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele” (Gv 12, 12-13)

Concentriamoci ora sul tema dell’articolo: la palma, che da noi diventò rametto d’olivo.
Il ramo di olivo non è certamente sconosciuto né ai lettori di Vitis Sapientiae e né alla narrazione biblica: in Genesi 8, 6-11 troviamo la famosa colomba con la foglia di olivo nel becco, immagine della rinnovata alleanza con la divinità che poi ha dato vita a tutte le immagini pasquali che ritroviamo anche sulle nostre tavole in questo giorno di festa.
Come le nostre storytellers Livia Sigismondi e La Bambina degli anni 50’ hanno più volte sottolineato durante le interviste necessarie alla stesura di questo articolo sulle tradizioni popolari della zona nord-ovest del Lazio, la soluzione più ovvia, spesso, è anche la più azzeccata: utilizziamo i rami di olivo perché sono più comuni rispetto alle palme e il periodo pasquale corrisponde perfettamente al periodo della loro potatura. Questo, unito alla simbologia della pace e del rinnovamento, hanno reso l’olivo la specie più adeguata a ricoprire la sua funzione e ad essere protagonista dei riti che si succedevano durante il resto dell’anno agricolo.

Livia racconta di quanto noiosa fosse per la se stessa bambina e per i suoi, pochi, coetanei, la messa della domenica delle palme negli anni 50’ a Castel Trione, frazione di Amatrice, simpatico dato confermato anche dalla Bambina degli anni 50’ a Castiglione in Teverina, a 162 km di distanza, il comune del viterbese con cui faremo il parallelo.
La cerimonia prevedeva, esattamente come adesso, la lettura del “Passio”, cioè il resoconto evangelico della Passione di Cristo, un testo eccessivamente lungo per chiunque fosse più basso di un metro e mezzo.
Castiglione in Teverina ha una grande tradizione olearia e quindi di rametti ce ne erano in abbondanza, Castel Trione invece, a 1141 m slm, ne è ancora oggi del tutto privo e la “palma” veniva dalla pianura reatina in quantità molto limitate, quindi se ne prendeva un pezzetto e lo si custodiva gelosamente.
Veniva consegnato al capofamiglia che era il delegato ai rituali domestici ed era idea comune che “se non vai alla messa delle palme, non ci sarà pace in questa casa”.
La suddivisione dei rametti era suo compito, un pezzo per ogni rito che si sarebbe presentato nel corso dell’anno, come vera e propria esigenza per la sopravvivenza.

Un pezzetto serviva per la benedizione della colazione di Pasqua (ce ne hanno parlato La Bambina degli anni 50’ e Nello Conte lo scorso anno nei loro articoli sul nostro blog e a Castel Trione si svolge con modalità e menù simili) che veniva benedetta due volte, in chiesa dal prete e a casa dal capofamiglia (che poteva essere anche la madre o la nonna nel caso il padre non fosse più tra i vivi; a Castel Trione le donne erano tenute molto in considerazione).

Un pezzo del ramoscello di olivo andava messo sopra il letto della camera patronale, a protezione del nucleo famigliare, della casa e per buon auspicio, come fosse una benedizione sempre attiva. Sopra ogni letto c’era l’acquasantiera e ogni tanto si usava il rametto per aspergere l’ambiente. L’acqua si prendeva la sera del Giovedì Santo, quando si faceva la benedizione per la Pasqua di tutta l’acqua, ma era poca e ogni tanto veniva diluita, quindi, racconta Livia ridendo, il principio attivo di “santità” andava scemando ad ogni rabocco, come una medicina omeopatica.
A Castiglione in Teverina, racconta La Bambina degli anni 50’, il rametto d’olivo si metteva anche nelle stalle, a protezione degli animali.

Un pezzetto era usato per un rito agrario apparentemente semplice, ma decisamente complesso, nel quale la simbologia cristiana andava a fondersi perfettamente con il preesistente strato precristiano.
Le “croci” erano dei rami di biancospino infissi nel terreno che si realizzavano il 2 Maggio, il cui apice superiore era ritorto a formare un cerchio, una corona di spine, nel quale si incastravano il pezzetto di ramo di olivo e un mozzicone di candela della Candelora. Il 2 Maggio non è una data corrispondente ad una festa che conosciamo o, almeno, che ancora festeggiamo, è però il quinto giorno dei Ludi Florali, i giochi in onore di Flora celebrati dai romani, strettamente connessi con la fertilità vegetale ed animale.
La croce era infissa nei campi di grano e al momento dell’istallazione, si recitava la formula “alta come sta croce, ingranita come na noce”, riferita al grano che sarebbe lì cresciuto e avrebbe assicurato un ottimo raccolto alla famiglia, che sarebbe quindi sopravvissuta.
A Castiglione in Teverina il rito era molto simile ma si svolgeva il 3 Maggio, il giorno della festa della Santa Croce (sesto e ultimo giorno dei Ludi) e il ramo non era biancospino ma una canna legata con una foglia di giglio, il fiore attributo di San Luigi. Alla congiunzione di quella che era una croce e non un cerchio, si mettevano il rametto d’olivo e la candela della Candelora e si piantava nel campo di grano. A Castiglione la ritualità cristiana è più preponderante e il 3 Maggio cade la festa del patrono, il Crocifisso stesso, in quanto miracoloso: nel 1651 una grandinata distrusse il raccolto poco prima della mietitura e la popolazione rischiò di essere ridotta alla fame. I castiglionesi erano disperatissimi ma nei giorni successivi videro arrivare grano sulla propria piazza dalle città vicine. La grande abbondanza sul mercato portò il suo costo ad abbassarsi, fu così possibile fare una bella scorta e non si morì di fame.

Un altro pezzetto di olivo benedetto si staccava dal ramo sopra al letto e serviva per la benedizione dei morti, effettuata da tutte le persone che andavano a rendere omaggio al defunto, il cui corpo aspergevano con l’acqua santa. Livia osserva che, giustamente, una volta la comunità di Castel Trione era grande e tutti andavano a salutare il caro estinto, quindi, al momento della sepoltura, la salma era spesso e volentieri completamente zuppa d’acqua santa. Quando la cassa veniva chiusa, il rametto si metteva dentro sol morto, non poteva più essere utilizzato per i vivi.

L’ultimo pezzetto, a Castel Trione come a Castiglione in Teverina, veniva conservato e bruciato quando si rientrava in casa con la palma nuova.
A Castel Trione si bruciava nel Venerdì Santo, quando anche in chiesa si toglieva l’addobbo di rami di olivo e si sostituiva con il grano che era stato messo a germogliare al buio nella prima domenica di Quaresima e quindi era costituito da filamenti bianchi.
Il grano bianco è usanza diffusa anche in altre regioni d’Italia, viene chiamato “Sepolcri”, è un’offerta di frumento su un piatto, si riferisce al parallelo evangelico tra Gesù e il grano che, morendo, tornano a nuova vita in una forma inedita e fuori dell’ordinario.

Arianna Santini
Livia Sigismondi
La Bambina degli anni 50’
Benedetta Cosimi

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