Storie di pandemie: il XX secolo e i virus che arrivarono da lontano. Come Castel Trione di Amatrice (RI) e Castiglione in Teverina (VT), sconfissero l’Asiatica.

Vi vogliamo raccontare un’altra storia, dai monti dell’Alto Lazio, quando la città di Amatrice e le sue 70 frazioni esistevano ancora ed erano densamente popolate.
Era il 1919, eravamo ancora Abruzzo Ulteriore e scoppiava la Spagnola, poi arrivò il 1957 portando con sé l’Asiatica e nel 1968 ci fu la Spaziale (o di Hong Kong). Furono causate da tre sottotipi antigenici differenti del virus dell’influenza A, rispettivamente: H1N1, H2N2, e H3N2 che, secondo l’ipotesi più accreditata dalla scienza, originano, con modifiche dell’emoagglutinina, da riassortimento genetico con virus dell’influenza A degli animali. 

Solo chi sopravvive può raccontare e questa storia è giunta fino a noi tramite i ricordi delle signore Livia Sigismondi, Italia Sigismondi, Fausta Quattrocchi e, in qualche misura, Ersilia Ciaralli, la matriarca che sopravvisse a più di un’epidemia. 

Stando all’Istituto Superiore di Sanità, “circa un terzo della popolazione mondiale fu colpito dall’infezione durante la pandemia del 1918–1919. La malattia fu eccezionalmente severa, con una letalità maggiore del 2,5% e circa 50 milioni di decessi, alcuni ipotizzano fino a 100 milioni”. Questa letalità valse all’influenza Spagnola la definizione di più grave forma di pandemia della storia dell’umanità: ha infatti causato più vittime della terribile peste nera del XIV secolo.

Il virus respiratorio, partito da Singapore nel 1957, si diffuse rapidamente nel Mondo ma, per fortuna, dopo pochi mesi dal primo focolaio, fu realizzato un vaccino. Il virus dell’Asiatica inoltre ebbe vita breve e scomparve dopo soli 11 anni, soppiantato dal sottotipo A/H3N2 Hong Kong. 

In Italia i primi casi vennero segnalati a Sud, nel mezzo della stagione più calda ed ad agosto un terzo della popolazione di Napoli era ammalata. A trasportare il virus furono soprattutto le centinaia di migliaia di soldati di leva, che tra licenze, permessi, esercitazioni e parate, si muovevano da un capo all’altro del paese. A settembre, il ministro della Difesa parlava di 20 mila soldati ammalati e tre morti, ma nonostante questo, comunicava che l’Asiatica aveva un decorso «estremamente benigno». L’influenza asiatica era effettivamente “solo” un’influenza ma non era più “benigna” del solito: secondo stime successive contagiò quasi un terzo dell’intera popolazione mondiale e, con una mortalità stimata inferiore allo 0,2 per cento, era comunque ben più pericolosa di una normale influenza stagionale, che ha una mortalità in genere dello 0,01 per cento. In Italia, le morti causate dall’asiatica furono stimate in circa 30 mila e in tutto il mondo tra uno e 4 milioni.

Nel 1957 Castel Trione e Retrosi, due delle frazioni di Amatrice a ridosso delle montagne, non erano paesi fantasma come ora e non si riempivano solo l’estate con i turisti. Ci si viveva tutto l’anno, si superavano gli inverni e, veramente, ci si sosteneva a vicenda.
Le persone cominciarono ad ammalarsi lentamente, una alla volta, ognuno era assistito dalla sua famiglia e anche chi non l’aveva, non veniva lasciato solo dalla comunità.
Non c’era internet, non si sapeva come si diffondesse questa “Asiatica”, la febbre venuta da lontano.
“Quando venne a casa il dottore, ci disse che la febbre si chiamava Asiatica e che non dovevamo avere paura, sarebbe passata, ma dovevamo stare a letto” racconta Livia che, all’epoca, era una bambina, “ma noi avevamo gli animali che dovevano essere nutriti, a letto ci potevamo stare poco”.
Fausta è sua madre, adesso ha quasi 94 anni, “come la Regina Elisabetta”, dice sempre; all’epoca faceva la postina ed era di servizio in molte frazioni. Ogni giorno riferiva di nuovi casi di Asiatica, sempre più famiglie venivano colpite e il dottore era veramente un dottore di montagna! Il dottor Serva girava con la Lambretta, stanco ma sempre sorridente.
“Mamma doveva portare la posta e non poteva stare a letto, ma portava anche le medicine che il dottore prescriveva e fu un eroe perchè, anche con la febbre, non stette un giorno a casa. Io e mio fratello stavamo con nonna Ersilia che, ogni tanto, se ne usciva con uno “Scura me! Quando venne la Spagnola morse tanta gente!” (ndr: “morse” è inteso come il passato remoto del verbo morire e “scura me” è l’espressione tipica di sconforto, mutuata dal lamento funebre tradizionale).
Era, come diremmo oggi, una professionalità indispensabile, una persona che necessariamente doveva uscire di casa per svolgere il suo lavoro e riferire al dottore lo stato in cui versava la comunità, mentre per gli altri era raccomandato lo stare chiusi in casa.
Fausta, che tutti ancora ricordano come “La Postina”, aveva il compito di segnalare i nuovi contagi e le condizioni dei malati al dottore e al farmacista, perché le case non avevano il telefono e c’era bisogno di qualcuno che portasse i messaggi a chi poteva aiutare quelle persone con la sua scienza medica.
E continua: “Avevamo poco appetito, ci dava la nausea tutto ad eccezione della panonta fatta con il costato di maiale, salato ed essiccato; fu il nostro passo per due settimane e mangiammo anche tante patate. Era Primavera perché era pronto solo in quel periodo e finito il costato, ci passò anche la febbre.”
Ho chiesto a Livia se ci fossero delle prassi da seguire, come venisse contenuta l’epidemia e se ci fossero medicine efficaci:
“Non c’era metodo, andavamo anche a casa dei malati, specialmente di chi stava solo, ci aiutavamo a vicenda senza pensare alle conseguenze, la solidarietà era la nostra forza. Il dottore ci aveva dato da prendere le supposte ma non so che principio attivo contenessero, poi c’era il Piramidone e l’aspirina, zia Italia la chiama ancora come all’epoca, il cascè (cachet). Questi però erano solo antiinfiammatori, lenivano i sintomi ma, ovviamente non curavano.
La panonta è un piatto tipico delle nostre zone, non esiste solo l’amatriciana! La merenda va bene a tutte le ore ed è perfetta per stuzzicare l’appetito dei malati. Servono solo pane, uno spiedo se si ha a disposizione il camino o andrà bene anche una padella, un pezzetto di qualcosa di buono come il guanciale amatriciano, il prosciutto, il salame o il costato. Si fa abbrustolire ben bene e tutto il grasso che cola non si spreca, viene raccolto dal pane che si insaporisce e diventa morbido per accogliere il companatico.
Un ricostituente efficace, anche per i più inappetenti.
“La mia famiglia guarì e nessuno a Castel Trione morì. La superammo e tornò tutto alla normalità”.

Un’altra testimonianza ci viene da Castiglione in Teverina, nel viterbese, dove, durante la pandemia di  Spagnola, era opinione comune che fumo ed alcool avrebbero tenuto lontano la malattia e quindi si creò il paradosso per il quale anche ai ragazzi più giovani fu dato il permesso di bere e di fumare.
Un altro testimone di Castiglione racconta che il padre e lo zio studiavano al collegio vescovile conosciuto come “Cardinal Ragonesi” a Viterbo, dove i ragazzi erano autorizzati a bere e a fumare per far fronte al contagio con questa opinabile automedicazione e alla quale in molti accordarono efficacia al tempo. Tornati a casa, osarono fumare a tavola davanti al padre che non giustificò i vizi acquisiti alla luce, per giunte, della cessata emergenza e diede loro un sonoro ceffone.
La nostra Bambina degli anni 50’, che tutti conoscete per le testimonianze che offre al nostro blog per quanto riguarda la vita e le tradizioni castiglionesi, racconta  che, durante l’emergenza per l’Asiatica, aveva 7 anni e i suoi genitori si ammalarono, non le restò quindi da fare altro che occuparsi di tutto, restare di guardia alla casa e gestire la quotidianità. Apriva la porta al medico e alla nonna che portava da mangiare alla famigliola allettata, saliva sulla seggiolina e girava il chiavistello, una cosa impensabile ai nostri tempi! Adesso un bambino verrebbe immediatamente allontanato dai genitori contagiati.
I giochi del tempo giravano attorno al grande evento che il Mondo stava vivendo, condizionandoli, quindi era comune giocare a fare l’infermiera con quei siringoni di una volta che si sterilizzavano nel bollitore in quanto non usa e getta. Il suo paziente fu una innocente borsa dell’acqua calda che la piccola castiglionese “vaccinò” e tentò di nascondere il danno sotto un “cuscinone” ai piedi del letto, allagando tutto e beccandosi uno bello scapaccione. Nonostante la malattia, rimanevano attivi i metodi educativi ben poco montessoriani.

“Ci fu anche la Spaziale!” continua Livia, “la chiamarono così, arrivò alla fine degli anni 60’, quando gli americani andarono sulla Luna”. Il virus arrivò, anche stavolta dall’Oriente, precisamente da Hong Kong, ma durò poco, l’anno dopo già era solo un ricordo. Era simile all’Asiatica e per questo venne considerata, avventatamente, un ritorno del virus del 1957.

L’influenza di Hong Kong, stando all’Iss, non si associò ad elevati tassi di mortalità in Europa e, In Italia, l’eccesso di mortalità attribuibile a polmonite ed influenza associato con questa pandemia fu stimato di circa 20.000 decessi. Negli USA invece presentò elevati tassi di mortalità mentre in Giappone le epidemie furono saltuarie, sparse e di limitate dimensioni, fino alla fine del 1968. Per la sua somiglianza con l’influenza del 1957 e probabilmente dal conseguente accumulo di anticorpi affini nella popolazione infetta, causò molte meno vittime di altre pandemie. Venne sviluppato un vaccino contro il virus ma fu disponibile solo dopo che la pandemia aveva raggiunto il picco in molti Paesi.

Queste pandemie forniscono un importante contesto storico anche per quanto riguarda la quarantena. Questa venne impiegata per la prima volta a metà del XIV secolo per contenere la peste bubbonica, evitando che si diffondesse dalle navi in arrivo dall’Oriente e dalla Via delle Spezie. Durante la spagnola gli ospedali furono sovraccarichi di pazienti, e i vari governi dovettero convertire le scuole, le case private e molti altri edifici in ospedali improvvisati, alcuni dei quali erano gestiti da studenti di medicina, perché gran parte dei medici si ammalarono. All’epoca, proprio come oggi, fu imposta la quarantena ai malati, furono chiusi i luoghi pubblici e ordinato ai cittadini di indossare maschere. Non bisognava stringersi la mano, mentre era consigliato rimanere a casa, al chiuso. Furono fermate anche le biblioteche, per evitare lo scambio di libri, e fu approvato un regolamento che vietava di sputare. Alcuni anni fa (2007), dei ricercatori dell’ University of Michigan hanno pubblicato uno studio che valuta l’efficacia della quarantena utilizzando i dati ricavati dall’epidemia di influenza spagnola del 1918. Secondo la ricerca, per fermare un’epidemia è necessario agire presto, combinando anche misure come la chiusura delle scuole e la proibizione dei raduni pubblici.

Durante l’Asiatica, la sottostima dell’aggressività del virus portò il governo a intervenire tardivamente e in modo poco efficace. A parte la decisione di assecondare la richiesta di alcune autorità sanitarie locali e consentire che alcune scuole elementari nelle zone più colpite rimanessero chiuse qualche giorno in più al ritorno dalle ferie estive, degli interventi dei ministri di allora per fronteggiare l’epidemia non è rimasta grande traccia.

L’influenza Asiatica, così come la successiva Spaziale, non conquistarono mai grade spazio nei media e spaventarono poco la popolazione rispetto alla loro reale pericolosità. Probabilmente erano tempi in cui il rapporto con l’infermità e la morte era diverso e non ci si aspettava di arrivare giovani ed in forze fino ad età elevate. Inoltre il mondo degli anni ’50 o degli anni ‘60 era meno interconnesso, meno veloce e sistemato in un equilibrio meno precario di mercati finanziari gonfiati dal debito dei fondi d’investimento. Era dunque, almeno in questo, un mondo meno fragile e più capace di fare i conti con l’incertezza.

Come detto, sia per la Asiatica, sia per la Spaziale fu sviluppato un vaccino mentre per la Spagnola questo non avvenne mai, dopo la letale seconda ondata avvenuta verso la fine del 1918, il numero di nuovi casi diminuì bruscamente, fino a quasi annullarsi. Una spiegazione per il rapido declino della letalità della malattia potrebbe essere che i medici erano riusciti a migliorare la prevenzione e la cura della polmonite che si sviluppava dopo che le vittime avevano contratto il virus; tuttavia non tutti i ricercatori concordano con tale teoria. è probabile che il virus abbia subito una mutazione rapida verso una forma meno letale, un evento comune nei virus patogeni, poiché gli ospiti dei ceppi più pericolosi tendono a estinguersi.

Questa è la storia delle pandemie del nostro secolo, raccontate da chi le studia e da chi ne ha vissute più di una, Vitis Sapientiae vi invita a seguire le norme di igiene e comportamento stabilite dal governo del 1918 come da quello del 2020.

Arianna Santini
Matteo Piselli
Benedetta Cosimi
Livia Sigismondi
La Bambina degli anni 50’
Giulio Cosimi

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